Ci vuole il fronte unico proletario!

 

L'impressione suscitata nel campo operaio dall'accordo per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici sottoscritto il ventisei novembre dai sindacati confederali e dalla associazione industriale, è grande.

La situazione sindacale italiana è sempre più caratterizzata dallo sfacciato collaborazionismo della Confederazione generale italiana del lavoro. L’accordo interconfederale con la Confcommercio stipulato qualche giorno prima era già un avviso.

L’atteggiamento del sindacato confederale metalmeccanico non potrà essere compreso nella sua reale portata, se non ponendolo in rapporto con l’indirizzo generale della Confederazione generale italiana del lavoro.

I singoli codicilli di questi accordi saranno certamente oggetto di un esame accurato, ma i tratti peculiari che li contraddistinguono balzano in tutta la loro evidenza.

Ogni enunciato di questi accordi mette avanti a tutto l’interesse del capitalista.

In ogni paragrafo si autorizzano gli industriali a profittare dei lavoratori sopraffatti dalle minacce e dall'impoverimento con sistemi truffaldini. 

In ogni enunciato il lavoratore perde ogni personalità e volontà creatrice, ridotto a mero strumento di produzione al minimo prezzo di costo e puro oggetto delle sperimentazioni di spoliazione e sfruttamento.

La lotta condotta dagli operai contro il depauperamento e per l’elevamento del tenore di vita delle masse lavoratrici viene impedita con la forza dal cosiddetto indicatore IPCA (ecco un’altra escogitazione capitalista) che determina la crescita dei salari non sulla base degli indici statistici scientifici, ma a capriccio dei capitalisti.

Tutta il processo pratico della produzione industriale diventa il pretesto per la nomina di commissioni con le quali si vorrebbe dimostrare la possibilità di comporre gli interessi degli sfruttati con quelli degli sfruttatori.  

La contrattazione diventa strumento formale in mano ai capitalisti per riversare sulla intera massa lavoratrice le spese crescenti della lotta di concorrenza internazionale.

L’aristocrazia operaia si restringe sempre più in una cerchia reazionaria: essa non lavora né nell'industria né nell'agricoltura né altrove, ma partecipa ai comitati aziendali europei, agli apparati governativi e ai comitati parlamentari, oltre che sedere negli uffici sindacali, dove questa gente inganna le masse.

Mentre ricerca nei consigli amministrativi dei fondi integrativi previdenziali e sanitari nuove occasioni per trovare posti remunerati, essa trasforma gli operai in tanti piccoli speculatori di Borsa.

Il sindacato perde così ogni valore di organo di classe del proletariato per diventare nel campo economico ciò che l’italico laburismo è nel campo politico.

I capi sindacali chiameranno i lavoratori metalmeccanici ad esprimersi sull'accordo nei prossimi giorni.

La democrazia, ridotta ad un vocabolo dai mandarini sindacali, deve diventare l’esercizio quotidiano dei lavoratori con la fondazione degli organi proletari attraverso i quali essi possano sprigionare, senza l’osservanza di formalità burocratiche, tutte le energie rivoluzionarie.

A questi organismi devono sentirsi chiamati tutti i membri combattivi di base dei sindacati ufficiali, tutti gli aderenti all'opposizione di classe: nessuna appartenenza partitica e sindacale deve essere pretesto per lesinare la propria adesione alla costruzione di un fronte unico di lotta proletaria dinanzi a un così grave attacco a tutti i lavoratori.

Il fronte unico sindacale se vuole vivere e svilupparsi, deve avere la sua base organica in un sistema organizzativo in cui tutte le tendenza ideologiche che hanno vita nelle masse lavoratrici possano trovare un’equa rappresentanza. Il suo coronamento dovrà essere la costituzione del fronte unico proletario.

Per raggiungere questo fine posto alla lotta sindacale, tutte le forze migliori espresse dalla classe operaia dovranno lavorare con tutta l’energia di propaganda e di organizzazione possibile.

 

Da Scintilla n. 75, dicembre 2016

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